venerdì 30 giugno 2017

SILVIA

(questo racconto è uscito nella Summer Fiction Issue di IL, magazine del Sole24ore: forse l'inizio di una nuova storia)

Ora che è solo, a Milano, nel cuore piovoso dell'inverno, gli torna in mente un certo rifugio e la ragazza che lo gestiva, nei giorni in cui girava in montagna dormendo dove capitava e tenendosi in quota abbastanza a lungo da dimenticare l'esistenza del fondovalle. Sono passati solo sei mesi ma la gamba che aveva allora gli sembra già un ricordo di gioventù. Questa ragazza aveva accettato di ospitarlo in cambio di lavoro e lui aveva spaccato legna e svuotato una cisterna dell'acqua dalla sabbia e lavato piatti per tutto il pomeriggio ma di sera erano soli, e dividevano un bicchiere di vino davanti alle pentole piene di posate che si asciugavano sulla stufa. Avevano appena fatto il conto dei posti in cui si erano sfiorati nella vita: a Bologna, sul finire degli anni Novanta, quando lei si manteneva facendo la modella all'accademia e abitava in una casa occupata, mentre lui andava a trovare la sua fidanzata dell'epoca due strade più in là; a Milano, anche se a lei Milano non piaceva, però ricordava un concerto in cui anche lui era stato e una notte su una panchina, una grande città ostile in una fase confusa dei suoi venticinque anni; e poi a Genova, come tutti, in quel luglio del 2001, mentre lui correva via dai lacrimogeni lei si era rifugiata nel primo portone aperto e aveva passato il pomeriggio alla finestra con una signora gentile; e poi a sorpresa a New York, in diversi momenti del decennio successivo, specie i sei mesi del 2008 in cui lei aveva abitato ad Harlem con un gallerista italiano e si era sentita, disse, un pezzo da collezione lei stessa, e lui era a Brooklyn come ogni autunno in cui aveva abbastanza soldi per starsene là (ricordavano l'elezione di Obama, l'aria di festa e rivoluzione di quei giorni, le donne nere che abbracciavano la gente per la strada, e poi avevano confrontato tempi e ragioni del loro disamore per New York). No, non si erano incontrati in questi posti né in chissà quanti altri; si erano mancati, elusi per tutta la giovinezza, o così pareva a lui, per trovarsi infine poco prima dei quarant'anni nel posto meno probabile: un vecchio rifugio dipinto di giallo, a due ore di cammino dal paese più vicino, con qualche lapide per qualche morto in montagna e una bandiera, che lei gestiva da sola ormai da tre anni per non sentirsi più il pezzo da collezione di nessuno e in cui lui era capitato per caso in uno dei suoi giri d'addio all'estate. Detto questo, passato lo stupore, avevano di colpo esaurito gli argomenti. In fondo era una storia comune, vicende comuni, i luoghi e i ricordi della gente della loro età. Lei era andata in cucina con una pentola d'acqua calda e lui era rimasto seduto davanti alla stufa, riflettendo sulle coincidenze: si disse che parliamo sempre di quelle che ti fanno incontrare le persone che hai incontrato nella vita ma mai di quelle che non te ne fanno incontrare delle altre, e forse proprio queste altre, chissà, sono le persone giuste per te. Si guardò intorno nella sala e capì meglio i disegni di alberi e animali alle pareti e la piccola biblioteca in un angolo, e le riviste anarchiche sulla montagna. Era un rifugio pieno di personalità, a questo stava pensando quando lei tornò con i capelli bagnati e un asciugamano in testa. Si era lavata i capelli in quei minuti che aveva passato di là? Lui si chiese come ci era riuscita da sola, in cucina, con una pentola d'acqua calda e chissà quale sapone. Gli sarebbe piaciuto aiutarla, o che lei gliel'avesse chiesto, che non se ne fosse andata di là a fare una cosa da sola. Ma poi in quella lunga serie di occasioni perdute e atti mancati ce ne fu uno compiuto che - lo sapeva già mentre lo vedeva accadere - si sarebbe ricordato per sempre: la ragazza si sedette per terra, aprì lo sportello della stufa e si tolse l'asciugamano dalla testa. I capelli erano lunghi, neri, selvatici. Cominciò ad asciugarli con una tecnica tutta sua: prendeva una ciocca, la portava davanti al viso, la pettinava con le dita di una mano sopra il palmo dell'altra, e in questo modo stendeva i suoi lunghi capelli neri davanti al fuoco. Glieli mostrava per pochi secondi e poi cambiava ciocca. Mentre faceva questo lavoro disse: sai, d'inverno mi sento una specie di sonnambula. Passano mesi e mesi di cui non mi ricordo niente, mi guardo da fuori e mi sembra di fare la vita di qualcun altro. Questo rifugio è più o meno l'unica cosa che ho. È un bel rifugio, disse lui. Fissava il rosso delle fiamme tra i capelli neri della ragazza, grato e commosso di poter dividere con lei quel suo momento privato. Gli sembrava di conoscerla da sempre. Le chiese se non avesse mai paura di starsene lassù da sola e lei rispose: tutti mi chiedono sempre se ho paura, chissà perché nessuno mi chiede mai se sono stanca. Sì, sono un po' stanca. Sai qual è il fatto? È che qualcosa nella montagna mi toglie ancora il fiato. Guarda, guarda com'è adesso fuori. E oggi, nel traffico di Milano, solo in macchina sotto la pioggia, oggi che quel giorno gli sembra lontanissimo vorrebbe aver avuto il coraggio di non obbedire, non voltarsi, non fingere di contemplare un tramonto di settembre, e risponderle che tutto quello che gli interessava guardare era lì davanti a sé. Dove sei oggi, ragazza sonnambula? Vai ancora in giro dormendo e aspettando l'estate e il tuo rifugio? Fermo al semaforo si prende una ciocca di capelli che non è lunga né nera né selvatica e la strofina tra il pollice e l'indice, poi cede alla tentazione di annusarsi le dita: polpastrelli che non sanno di niente se non di pioggia di volante di sapone di ragazza e di fumo.