martedì 25 aprile 2017

IL GIORNO DELLE MESULES

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 23 aprile, il giorno giusto però è oggi. Viva i ribelli della montagna!)

Il corpo di Ettore Castiglioni, milanese di buona famiglia, alpinista tra i più forti degli anni Trenta, emerse nel giugno del '44 dalla neve che si scioglieva, nei pressi del passo del Forno che divide l'Italia dalla Svizzera. In marzo l'avevano fermato al di là del confine, non era la prima volta che succedeva, ormai lo conoscevano: uno strano tipo di partigiano solitario che dall'autunno faceva avanti e indietro per le montagne di frontiera, sfruttando le sue doti di alpinista per tenere i contatti tra la Resistenza italiana e gli antifascisti rifugiati in Svizzera, alcuni dei quali lui stesso aveva accompagnato di là. Dove era stato arrestato non c'era un carcere, così per evitare che scappasse gli avevano tolto la giacca, i calzoni e le scarpe e l'avevano chiuso in una stanza d'albergo. Castiglioni era scappato lo stesso: in marzo, di notte, sotto la nevicata, con una coperta sulle gambe e i ramponi legati agli stracci avvolti ai piedi, aveva risalito il ghiacciaio puntando un valico a tremila metri. Ce l'aveva perfino fatta. Al di qua del confine doveva essersi fermato a riposare, si era appoggiato contro un masso, aveva ceduto alla fatica e al sonno e non si era più svegliato. Era morto nel modo in cui desiderava: "LIBERTÀ. E così sia", aveva scritto nei suoi diari pochi mesi prima, come dettando un epitaffio.


Chi era davvero Ettore Castiglioni si seppe solo mezzo secolo dopo, quando il nipote Saverio Tutino, partigiano lui stesso e poi giornalista, corrispondente per l'Unità dalla Cina e da Cuba, fondatore dell'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, trovò quei diari nei cassetti di casa e li portò a un editore. Sarebbero diventati Il giorno delle Mésules, che oggi Hoepli ripubblica nella collana Stelle Alpine e che personalmente considero il più bel libro d'alpinismo della mia biblioteca. Perché in queste pagine, come nella letteratura di genere non succede mai, la montagna si fonde a un'epoca e l'alpinista al cittadino, all'intellettuale, all'antifascista, infine al partigiano.
Castiglioni era nato nel 1908, da quella borghesia milanese a cui veniva impartita un'educazione laica, liberale, umanistica nel senso più vasto del termine: ne facevano parte gli studi classici ma anche l'arte, il teatro, la musica. E ne faceva parte la montagna. La montagna era la scuola in cui insegnare a questi figli colti e benestanti altri valori, come la forza interiore, la sopportazione della fatica, la responsabilità di se stessi e degli altri, l'amore per una vita libera, austera, divisa con gli amici più intimi. Ettore cominciò ad arrampicare con i fratelli maggiori fin da ragazzino. Solo che per Bruno e Manlio, come per molti altri, la montagna sarebbe rimasta soltanto una passione giovanile, poi sacrificata ai doveri dell'età adulta, al ruolo di marito e di padre e a una solida professione in città; a Ettore invece quell'amore avrebbe cambiato la vita. “A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia.” Per tutta la giovinezza furono i suoi due mondi, le sue due stagioni: gli inverni in città, il pianoforte, la Scala, le aule universitarie, la Sormani, i libri; le estati a vagabondare sui sentieri, dormire nei rifugi e nei fienili, spellarsi le mani sulla roccia. “Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E così vivevo della vita più piena, più pura, più giovanile.” Poi però sarebbe cresciuto in fretta. Aveva diciannove anni, nel '27, quando morì sua madre. Nel '30 partì militare, nel '31 tornò a Milano per laurearsi in legge. Allora il tempo delle scorribande sembrò finito per l'avvocato Castiglioni: il padre aveva dei progetti per quel figlio irrequieto e lo spedì a farsi le ossa lontano da casa, a Londra, nel '32, forse anche per levargli le montagne dalla testa. Ottenne il risultato contrario: in quell'anno triste di esilio, dubbi, sensi di colpa, Ettore comprese in pieno la sua vocazione e decise di seguirla, a costo di deludere il padre. “Dal momento che ho la possibilità di esser felice e di vivere pienamente la mia vita, perché non debbo farlo? Ho sentito la necessità di dedicare la mia capacità esclusivamente alla montagna.”

(Castiglioni con Bruno Detassis ai tempi della loro fortissima cordata)

Tornato in Italia, trovò o forse gli trovarono il lavoro adatto, appassionante benché modesto per uno con i suoi titoli: autore di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Ettore lo svolse con dedizione totale. Quel compito gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva, di allenarsi, arrampicare, sciare, e a metà degli anni Trenta raggiunse l'apice della sua carriera: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada, in cordata con Detassis, Vinatzer, Pisoni, firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Era anche la stagione degli eroi di regime, campioni fascisti loro malgrado come Comici, Gervasutti e lo stesso Castiglioni, che ricevendo una medaglia per meriti sportivi si indignò e giurò sul diario di non pubblicare più le relazioni delle proprie scalate. Salire sulle montagne senza dirlo a nessuno è in un certo senso la negazione dell'alpinismo, che è per metà impresa, per metà racconto (e la gloria che ne segue). Ettore decise di proteggere così la purezza del proprio andare in montagna: “il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” Lo comprese una volta per tutte il 18 marzo del '36, quando, vagabondando con gli sci sull'altipiano delle Mésules, cadde e si ruppe una gamba. Restò per ore nella neve in attesa dei soccorsi, e invece di piombare nella disperazione ebbe un'esperienza di pace interiore e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Dopo il giorno delle Mésules non gli sembrò più così importante collezionare cime né primati. “Solo chi raggiunge l'amore è alpinista”, scrisse, e qui sta forse il nucleo più autentico del suo antifascismo, la negazione dei principi di volontà, potenza e conquista che in quegli anni stavano trascinando l'Europa nel buio.
Castiglioni lo vide arrivare più con disprezzo che con paura (“una massa di imbecilli, vigliacchi, tracotanti e boriosi”, scrisse di ritorno da un viaggio a Berlino). Riuscì a starne fuori fino al '43, quando fu richiamato alle armi e assegnato come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta. L'otto settembre, nel caos generale, da ufficiale dell'esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont, in una valle minore e appartata. Il confine con la Svizzera è a tre ore di sentiero e presto dal Piemonte cominciarono ad arrivare ebrei e antifascisti in fuga dai tedeschi, cercando qualcuno che li accompagnasse di là. Uno di questi era Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Così il Berio diventò per breve tempo un rifugio di profughi e una piccola repubblica partigiana: “ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali.” Fu anche l'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni. Uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra quattro baite e un pugno di uomini, avendo bene in mente la direzione da tenere. “In alto, in alto, e sempre più in alto.” E così sia.

(Il Berio come l'ho trovato io la scorsa estate. Mi dicono che il sindaco di Ollomont sia una brava persona: bisognerebbe metterci una targa.)



13 commenti:

  1. Bellissimo pezzo, bellissima storia.
    Grazie,

    Francesca

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    1. Nel rallegrarmi per la (ri)scoperta da parte di molti della figura di Ettore Castiglioni, vorrei tranquillizzarLa in merito all'attenzione del Comune di Ollomont . Da diversi anni, infatti, il Comune si interessa al ricordo di Castiglioni in vari modi: Nel 2013 e' stato ripristinato il sentiero originale che collegava il paese all'alpeggio del Berio -ferrato in alcuni tratti - con costi non indifferenti. Il Comune ha attivamente collaborato con Albino Ferrari per il suo film, presentato al Film festival di Trento quest'anno. Lo scorso anno è stato curato al Berio un evento di ARTeatre con la sottoscritta. Nel progetto di quest'estate è prevista non solo la posa di una targa, ma di un'opera d'arte (scultura) dedicata. Chiedo scusa, ma ci tenevo a questa precisazione. Barbara Tutino

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  2. Caro Paolo, permettimi un'altra lettura della vicenda Castiglioni...

    L’enigma Ettore Castiglioni

    Ettore Castiglioni, 1908-1944, milanese di famiglia ricca anche se nato in Trentino, fu indubbiamente uno dei più grandi alpinisti italiani a cavallo tra il 1930 e il 1940: più di 200 prime salite, alcune veramente eccezionali per il periodo dell’alpinismo in questione, disseminate lungo tutto l’arco alpino …
    Colto, scrive per le mitiche “Guide dei Monti d’Italia” edite da Touring Club e Club Alpino Italiano alcune delle migliori guide alpinistiche, ancor oggi valide: Dolomiti di Brenta, Pale di San Martino, Alpi Feltrine, Odle/Sella/Marmolada, Alpi Carniche. Tra i suoi compagni alcuni dei colleghi più stimati dell’epoca: Celso Gilberti, Vitale Bramani, Bruno Detassis, quest’ultimo il suo compagno ideale, forte, conoscitore del Brenta come pochi, taciturno come lui. Nel 1937 Castiglioni partecipa anche alla “sfortunata” spedizione di Aldo Bonacossa in Patagonia (la meta stabilita, il mitico Fitz Roy in Patagonia, non sarà salito).
    L’Italia è in guerra dal 1940 e due anni dopo sarà richiamato da sottotenente come istruttore alla Scuola Militare Alpina di Aosta: è lì che si trova l’8 settembre, il giorno dell’armistizio, il giorno che segna la svolta nella storia d’Italia e nella vicenda privata di Castiglioni.
    Ed è dagli avvenimenti che ebbero inizio quel fatidico giorno che comincia la costruzione del “mito” Ettore Castiglioni, oggi presentato come “alpinista e partigiano” da varie biografie, articoli, commemorazioni, post sul web.
    Ma qualcosa, per me, modesto alpinista, ma immodesto conoscitore della Storia di quegli anni grazie alle conoscenze del mio babbo partigiano combattente, funzionario di ANPI e PCI e ben addentro alle cose di quegli anni, e per quasi un decennio bibliotecario presso l’INSMLI a Milano e poi per 12 al CAI milanese, non “suona” affatto bene.
    A differenza di molti suoi colleghi ufficiali di Aosta, che vorrebbero portare i loro uomini armati al Piccolo San Bernardo per fermare le colonne tedesche che entrano nella Valle, Castiglioni porta invece una dozzina dei suoi alle malghe del Berio, con l’intento, dichiarato, di contrabbandare fontina in Svizzera, fare soldi e passare il periodo turbolento.
    Ma è stato il buon Saverio Tutino, nipote del Castiglioni, a celebrarne per primo l’ “antifascismo”, ricordando di quando, lui ragazzino, lo zio lo portava in Grigna ad arrampicare e da lassù gridava “Abbasso il Duce”, senza però alcun testimone.

    Ma basta ri-leggere le parole dello stesso Castiglioni (riportate in vari punti del mio scritto) per nutrire seri dubbi su questa sua “dimensione patriottica e antifascista”…

    Molte volte mi sono chiesto perché Castiglioni non abbia fatto delle scelte di parte, visto che in Valle d’Aosta ne aveva la possibilità: non mancavano in Valle le brigate partigiane, di ogni colore e fin da metà settembre 1943, a cui la sua esperienza militare e alpinistica avrebbe fatto comodo… Altri alpinisti di grande fama, penso a Cassin a Tissi a Vinci per citarne qualcuno soltanto, non si limitarono a espatriare qualche fuggiasco ma presero parte alla Guerra di Liberazione attivamente.
    A Castiglioni non mancavano né la cultura né i mezzi, e a quanto si sostiene neppure la convinzione politica per fare questa scelta né tanto meno le conoscenze nel fronte antifascista. Non la fece e, non me ne vogliate, preferì contrabbandare fontina e uomini, nonostante la brigata di Emile Chanoux avesse combattuto sanguinosamente proprio sotto il Berio, a Valpelline…

    (fine prima parte)

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  3. Seconda parte

    Quanto poi ai numeri dei fuggiaschi aiutati, anche qui qualcosa non torna… Per
    i giornali svizzeri che ne han parlato in occasione del convegno di Salecina (2007) si
    trattava di un centinaio, la maggior parte ebrei in fuga dalle persecuzioni fasciste; dalla biografia scritta da M.A. Ferrari “Il vuoto alle spalle” parrebbero una decina… La differenza non è da poco!
    In ogni caso sembra sempre trattarsi solo di persone facoltose: in fondo lo stesso Einaudi era un ricco industriale badogliano, messo a capo dell’Università di Torino dopo il 25 luglio, simbolo dunque di conservatorismo e continuità del Regno d’Italia, non certo di lotta politica e antifascista.
    Ma al di là di queste considerazioni e del fatto che dalla biografia di Ferrari (pagina 29) sembra che l’interesse principale di Castiglioni fosse quello di raccimolare soldi per passare tranquillamente l’inverno fino alla primavera (patriottico davvero!), appare molto strano che Castiglioni non sia stato nominato “giusto” dalla Comunità ebraica: in fondo nell’elenco italiano appaiono centinaia di sconosciuti che misero in salvo anche una sola vita.
    Possibile che tutti quelli che furono salvati da Castiglioni, a partire dall’avvocato torinese Bier, non abbiano mai avuto una parola per lui all’interno della Comunità ebraica italiana (“I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945” Yad Vashem, 2006)?

    Altra stranezza difficile da comprendere è l’altezzosità distaccata di Castiglioni che a gennaio 1943 (dal volume “Il giorno delle Mesules” tratto dai suoi stessi diari) nella Milano sotto i bombardamenti scrive: “Distruzioni e incendi mi lasciavano quasi indifferente, come cose già pienamente previste e scontate. Solo vedendo bruciare il Palazzo Silvestri in Corso Venezia provai una stretta al cuore e una profonda amarezza per la perdita di un gioiello artistico, che nessuno potrà mai sostituire” e pensa solo ad andarsene a gustare la casa di campagna a Tregnago.
    Forse non s’era accorto che c’era una guerra da ormai tre anni?

    E dopo l’8 settembre, nonostante un gruppo di ufficiali e soldati della Scuola
    di Aosta voglia andare ad occupare il Piccolo San Bernardo e molti scappino in
    Francia, sul diventare partigiano si riferisce al “fare il bandito”, termine proprio dei nazisti (il famoso e famigerato “Achtung banditen”). O ancora,
    rientrato in Italia dopo la prima prigionia in Svizzera, nonostante il disastro
    dell’8 settembre pensa tranquillamente a come riaprire la Scuola di Aosta sotto
    l’egida del CAI fascista. E ciò nonostante rimanga disgustato dai suoi colleghi
    ufficiali passati nella RSI, pensa alla vigliaccheria del rimaner adagiati nella calma beata (da “Il giorno delle Mesules”) ma nulla fa per cambiare la sua propria vicenda, anzi, rimane proprio nella beata calma della malga al Berio!
    Peggio, va a Milano a protestare perché il CAI ancora non ha pubblicato la sua
    guida dei monti d’Italia (CAI, allora Centro Alpinistico Italiano, presidente Manaresi, sottosegretario alla Guerra di Mussolini… patriottico, il nostro, vero?).
    Conosce uomini importanti, conosce badogliani, conosce antifascisti, ma pensa
    ad andare a Como per sentire un concerto, ad andare a Cortina a sciare e a fare
    Capodanno, a farsi portare, nella Milano in guerra , un pianoforte per suonare,
    e ancora, a sognare non un’Italia nuova libera diversa, ma la propria egoistica
    soddisfazione…

    Bruno Detassis era internato in Germania, Riccardo Cassin fondava la brigata
    “Cacciatori delle Grigne”, Alfonso Vinci comandava una “Brigata Garibaldi” in Valtellina così come il cattolico Tissi in Veneto…

    (fine seconda parte)

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  4. Terza parte

    Di Castiglioni non si parla nei saggi sulla Resistenza in Valle d’Aosta, non ne parla Emile Chanoux nei suoi corposi diari, non un cenno negli archivi del CLN o CVL, non una citazione tra i “Giusti tra le nazioni”, non una nelle carte di Einaudi o nella sua monumentale autobiografia, né nelle memorie e nei documenti delle missioni alleate in Italia, non un accenno nei National Archives inglesi di Kew Gardens, desecretati.
    Zero, mai una citazione, neppure di sfuggita, mai.

    Qualcosa non torna…

    Troppe parole costruite intorno ad altre parole…

    Recentemente, sulla rivista ALP si raggiungeva il ridicolo, in questa ricostruzione campata sui forse, i ma, i probabilmente. Castiglioni fugge dal luogo di detenzione in Svizzera alle 5 del mattino ma alle 5.30 aveva lasciato l'Albergo Kulm, al margine del paese, dove si ferma, alle 5 del mattino!, dove entra e dove cerca (?!) le chiavi della Capanna del Forno.
    Cito l'articolo: "... forse non poté o non volle sottostare alle formalità obbligatorie per ritirarle, cioé non volle compilare il registro e non poté nemmeno pagare i 5 franchi..."
    Ovviamente il ridicolo sta nel fatto che non viene in mente che la porta dell'Albergo potesse essere chiusa data l’ora e nel caso fosse stata aperta ci sarebbe stato un portiere di notte... (e forse riempire moduli o pagare i 5 franchi a un fuggitivo manco viene in mente!)
    Portiere che, ovviamente, non avrebbe fatto una piega vedendo una persona, non cliente dello stesso Albergo, in mutande e ciabatte e con una coperta addosso, che cercava o gli chiedeva le chiavi di un rifugio a 2600 metri.
    Ha dell'incredibile e del ridicolo: conoscendo un pochettino gli svizzeri, costui avrebbe immediatamente chiamato i gendarmi, altro che far finta di nulla!
    Evidentemente, le fantasiose ricostruzioni devono proseguire per dare alla storia un “tono”. E continuano persino fantasticando sul biglietto trovato addosso al povero Castiglioni quando fu ritrovato morto assiderato sul Ghiacciaio del Forno: contiene dei nomi che, ovviamente, secondo alcuni, erano i suoi contatti in Svizzera, persone legate ai Servizi segreti inglesi o all’OSS americana o al Comitato di Liberazione Nazionale italiano. Peccato che quei nomi non compaiano altro che su quei foglietti! Nessuno di loro si trova in alcun documento storico, a parte il fatto che allora, nessuno, e sottolineo NESSUNO, avrebbe mai portato in tasca, in una missione clandestina, i nomi dei suoi contatti: molti son morti, spesso dopo atroci torture per non aver fatto un nome dei propri “complici”, figuriamoci se avevano costoro un biglietto in tasca, con tanto di nomi ed indirizzi!
    D’altra parte, pur avendo contattato tutti gli autori di articoli rivelazioni e biografie e spiegato loro i miei dubbi, non ho mai ricevuto una che sia una risposta, a parte quella di chi sta (ma ormai siamo all’uscita) girato un film su Ettore Castiglioni e che, letto un mio post su Mountcity.it ha pensato bene di chiedermi ragione delle mie affermazioni sottolineandomi per altro di non aver voluto, nel film, prendere una o l’altra “versione” per buone ma lasciando in qualche modo aperta la questione.

    (fine terza parte)

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    1. Ciao Marco sonmo l'autore del film su Ettore Castiglioni, non so se sei riuscito a vederlo al Festival di Trento. Su Ettore sono stae dette molte cose e scritto molte cose non vere. Noi nel film abbiamo voluto raccontare l'uomo non le sue imprese, ma il suo pensiero, le sue idee spesso contrastanti. Vero quando dici nessuna menzione da parte del CLN e di altri. Ma questo perchè forse non ne faceva parta? Lui Era uno spirito libero! Ma molte cose coincidono come si racconta nel film. Abbiamo intervistato persone che erano li con lui e che sono state salvate "... questi ex militari ci accompagnavano al confine... lungo il cammino poche parole nessuna presentazione per paura di essere riconosciti e perseguitati...". Tra le righe del diario si capisce bene che Ettore non era fascista ma neanche un vero partigiano. Ma una persona che si è ressa conto della situazione e si è messo a disposizione del prossimo. Se voleva fare il partigiano avrebbe combattuto come tanti altri. Comunque Ettore rimane un grande alpinista, scrittore di guide e una figura da mille sfaccettature e spesso contraddittoria, che solo con la maturita e con gli eventi storici cambio. Ettore la guerra non la vide mai era un benestante, mai in prima linea, ma dopo l'8 settembre, quando poteva decidere di mollare tutto e ritornarsene a casa, scapare da tutto e da tutti (pararsi il culo) non lo fece. Capi cosa doveva essere fatto, non si è voltato dall'altra parte ma ha messo a repentaglio se stesso, cosa che altri suoi comilitoni non hanno fatto. Il film si chiama OLTRE IL CONFINE la storia di Ettore Castiglioni.

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  5. Ho trascritto altre parti sulla mia agenda, da ieri sera firmata dall'autore:)
    Nelle tue parole leggo alcuni miei pensieri che mai sarei riuscita ad edprimere. Grazie ancora. Paola

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  6. Hai tolto il mio commento??? Come mai?

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  7. Ciao Isabel: non era un commento a questo post, se vuoi pubblicalo nel luogo giusto. In generale però tolgo qualunque commento provocatorio e non argomentato (se invece sono critiche ragionate, come qui sopra, come vedi le accetto).

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  8. Credi fosse provocatorio? Nn voleva esserlo. Comunque l'importante è che tu l'abbia letto. Potrebbe anche servirti...

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  9. Però vista la tua giovane età credevo saresti stato più aperto...

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  10. Ciao Paolo, un'altra bellissima storia di Resistenza e montagna è stata scritta anche dalle mie parti, in val Codera (valle che ti consiglio di visitare. Nella frazione di Codera, abitata solo d'estate, ci si arriva solo a piedi, un'ora di cammino circa). Un gruppo scout (di Milano, se non sbaglio) che si ribellava al fascismo aveva scelto proprio quella valle come rifugio. Ci sono un po' di riferimenti su internet, qui ne riporto due:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Aquile_randagie

    http://www.aquilerandagiefilm.eu/

    Se ti interessa fare un giro a Codera fammi un fischio!



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  11. La pianti di farmi piangere ogni volta che ti leggo per favore?

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