venerdì 17 novembre 2017

UNA CHIACCHIERATA CON DINO

(Ecco l'unica intervista mia che troverete mai su questo blog: ci sono molto legato perché me l'ha fatta il mio amico Dino, e perché è uscita questo mese sulla gloriosa "A Rivista Anarchica". Grazie a Dino Taddei, Paolo Finzi e tutta la redazione. Viva l'Idea!)

Le interviste vere alle volte assomigliano a un duello a colpi di fioretto e, talvolta, di sciabola. Si attacca e ci si difende, si omettono e si forzano le parole, non sempre chi attacca è l’intervistatore e non sempre l’intervistato subisce. Ma quando, come nel caso mio e di Paolo Cognetti, siamo stati spadaccini con la stessa casacca facendo decine di interviste, radiospettacoli e serate con ospite assieme, risulta difficile mettere in campo le schermaglie. Meglio trovarsi nei nostri quartieri milanesi, in Trattoria Popolare con un bel mezzo  litro, appoggiati al bancone che Paolo costruì qualche anno fa, saltando i preamboli con il suo cane Lucky tra le gambe. D’altronde cosa dire di Cognetti? Uno scrittore divenuto un caso editoriale, sia per copie vendute del suo ultimo libro Le otto montagne (Einaudi 2016) in Italia ma, cosa ancor più strabiliante, tradotto in 34 lingue e pubblicato in infiniti Paesi sparsi in tutti i continenti. Un versante internazionale molto raro per gli scrittori di lingua italiana e che a me francamente mette di buon umore pensando al libro di Paolo tradotto in norvegese o in mandarino. Ma Cognetti ha anche un’altra qualità che non ha mai nascosto e che compare nei suoi romanzi: la sua vicinanza al pensiero e all’azione anarchica.
Caro Paolo, giacché questa è un’intervista per A, passerei di lato le questioni squisitamente letterarie e punterei agli aspetti più politici della tua opera. Iniziamo con un tuo gesto di alto valore simbolico e comunicativo: alla finale del Premio Strega (che hai vinto) ti sei presentato con una cravatta alla Lavallière.  Avrebbe dovuto suscitare quantomeno la curiosità della presentatrice e invece niente…
E’ vero, è stata ignorata completamente, addirittura alcuni giornali la mattina dopo hanno commentato: “Aveva un fiocco da scolaretto” per cui più che di rimozione, si tratta di aver dimenticato il significato… Due o tre giornalisti me l’hanno chiesto e io ho provato a spiegarglielo ma ho visto in loro un grande stupore, addirittura la giornalista di Repubblica mi ha chiesto sconcertata: “Cosa intendi per anarchia?” a quel punto ho realizzato che il vero problema è riprendere dall’inizio i concetti perché si sono persi.
Forse perché da un romanziere non ci si attende che abbia delle idee politiche esplicite?
Oggi in Italia un po’ è così ma non lo è sempre stato, penso alla grande generazione di scrittori usciti dalla Resistenza e alla mia casa editrice in particolare, l’Einaudi degli anni ‘50-’60 in cui, tutti insieme, si incontravano Pavese, Calvino, Fenoglio, Levi, la Ginzburg, Rigoni Stern… Scrittori che hanno sempre espresso con forza le loro idee politiche.
Pertanto quella cravatta è stata una provocazione?
Io non la sento così. E’ stata una scelta meditata pensando che alle foto che sarebbero girate e alle migliaia di persone che le avrebbero viste. Sento molto la responsabilità di veicolare, in questo momento di forte esposizione mediatica,  alcune idee. Insomma, vuoi dire un po’ di cazzi tuoi, oppure: “Federica ti amo!” o, al contrario, portare due simboli che significano molto per me: il fiocco anarchico e un rametto di abete rosso nel taschino.  L’anarchia e la montagna.
Questa vicenda ci riporta direttamente ai tuoi libri, nei quali compaiono costantemente idee e pensatori anarchici, addirittura nel romanzo Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax, 2012) dedichi un capitolo intero dal titolo: Quando l’Anarchia verrà a Leo, personaggio immerso tra le periferie, i centri sociali e i cortei, profondo conoscitore di Kropotkin, del pirata Misson, di Hakim Bey e le TAZ. Ma poi in altri tuoi romanzi compare un filone più specificatamente ecologico: Thoreau, Reclus e, ne Le otto montagne , Murray Bookchin e l’ecologia sociale. Considerando che non scrivi saggi ma romanzi, non mi sembra poco, e poi questi ultimi pensatori sembrano appartenere  alle tue scelte di vita…
Forse perché ho vissuto a Milano dove ho cercato di lavorare, di portare avanti dei progetti ma a un certo punto ho capito che la città non era adatta a me o io a lei, non mi stimolava più e quindi andare in montagna è stata una svolta consapevole, ora è nelle montagne valdostane che vivo e progetto iniziative. Anche perché non credo che andare in montagna sia ritirarsi dalla vita pubblica, dall’impegno, dalle cose che cerchi di fare nel mondo. Non è il luogo dell’eremita ma dove io mi trovo meglio e più adatto a lavorare politicamente. Naturalmente non sono situazioni che ho inventato io ma ad esempio se leggi Thoreau, scopri una persona evidentemente inadatta ad una società urbana. Le sue energie danno il meglio in un altro luogo. Il primo esperimento di Thoreau non è dettato dalla filosofia , dall’estetica o dalla poesia ma la motivazione è economica: un ventisettenne stanco di lavorare nella fabbrica di matite del padre, molto in conflitto con chi gli è attorno che pensa: “vediamo come me la cavo andando a vivere nel bosco” si fa prestare un terreno, compra una baracca da dei contadini, la smonta e se la rimonta. La sfida di questo esperimento era dimostrare di riuscire a vivere senza (o con pochissimi) soldi, unica strada per liberarsi dal lavoro salariato e dal modello di vita che ne consegue. E per me è stata una grande lezione: il bisogno di spazio viene dopo. In montagna il rapporto con i soldi è più elastico che in città. Io non sono nato in montagna, non sono Rigoni Stern o Corona che hanno raccontato dei loro luoghi, la loro civiltà, il loro paese, la loro umanità. Io sono un nuovo montanaro per scelta, un immigrato. Per questo ho amato molto anche New York perché è la città di chi l’ha conquistata, di chi ha desiderato andarci per diventare newyorkese, lottando per andare là. Appartiene molto a me e alla mia famiglia l’idea che un posto non è dato ma lo si sceglie e conquista. Bisogna provare a trovarlo almeno.
Ma più in generale la cultura americana e i suoi scrittori, mi sembrano che siano un punto saldo di riferimento della tua opera, così come le radici profonde alle quali hai dedicato anche un bellissimo documentario su la Piave (fiume chiamato al femminile almeno fino agli inizi del Novecento). Un lungo fluire da quelle montagne venete ancestrali, alle coste americane.
Già, l’America dei profughi, di chi scappava dalla povertà o dalla galera, di chi era perseguitato. Di chi in definitiva se l’è inventata e non certo l’America attuale. E poi c’è l’America della frontiera, un mito al quale sono molto legato, questo conflitto dialettico tra Est e Ovest. Tra un Est civile fatto di città ma anche di corruzione, un mondo nel quale è facile sentirsi sconfitti, traditi, ma si ha sempre l’opportunità di partire verso l’Ovest anche in senso figurato. Può essere imbarcarsi su una baleniera come per Melville o partire verso il grande Nord come per Jack London. Una frontiera dalla quale si può ricominciare. Questo secondo me è il cuore pulsante del mito americano. In fondo le Alpi sono un West che mi sono trovato sotto casa. Naturalmente oggi il mito non può essere la California ma il Nord, l’Alaska è l’ultima frontiera americana. Di Nord si parla anche in Into the Wild di Sean Penn, un film che per me è stato veramente importante sia per il contenuto sia per la mia vicinanza al protagonista. Provai una profonda commozione nel riconoscermi in Cristopher McCandless: un bravo ragazzo, un ottimo studente con un padre molto prepotente e volitivo ma che a un certo punto rompe tutto questo per cercare la sua strada. In fondo anch’io non sono stato un adolescente ribelle, un ragazzo di strada, al contrario sono stato un ottimo studente bravo in tutto sino a quando ho deciso di emanciparmi.
Per quanto riguarda le mie radici familiari, più che il Veneto di mia madre, sento molto di più quelle paterne. Forse per questa nostra tradizione che ogni figlio se ne va da qualche altra parte. Una storia che risale almeno a mio trisnonno barese che ottenne una cattedra a Torino, divenendo maestro di Luigi Einaudi. E poi ogni generazione continuò la trasmigrazione, da Torino a Mantova, e poi Parma, il Veneto e infine Milano.  Il vero lascito familiare è questa consapevolezza che ti devi cercare un posto nel mondo e non è detto che sia quello dove sei nato.
Consapevolezza che ti spinge a conquistare le cose con determinazione, anche non in senso topografico: se mai ce ne fosse bisogno vorrei che tu spendessi due parole sulla fatica di essere scrittore. Sfatare il mito del genio maledetto e che il tuo grande successo editoriale è frutto di lavoro.
Certo. Mi è passato velocemente il mito dello scrittore ubriacone che produce solo di notte in preda all’ispirazione: per intenderci come in un’intervista di Fernanda Pivano a Bukowski (Quel che importa è grattarmi sotto le ascelle, Feltrinelli) nella quale lo scrittore si dileguava su per una scala con due bottiglie di Valpolicella (il suo vino preferito) dichiarando che avrebbe scritto sino a quando durava il vino. Anch’io fino a vent’anni ho creduto a queste cose. Poi una svolta è avvenuta andando in America ad intervistare per un documentario diversi scrittori americani e tutti mi ripetevano la loro grande disciplina, della scrittura come lavoro che se non la vedevi sotto questa luce non saresti andato molto lontano, l’ubriacarsi tutto il giorno possono permetterselo pochi scrittori affermati, non certo chi deve imparare e cerca di farsi strada. Quasi una vita monastica che, a ben vedere, si addice al mio carattere: per anni ho messo la sveglia due ore prima tutti i giorni per scrivere prima di fare qualsiasi altro lavoro.
Lavorare per vivere ma anche lavorare politicamente.
Certo, nella seconda metà degli novanta sono stato un assiduo frequentatore dei centri sociali milanesi, in particolare del Bulk, allora sembrava un panorama ancora stimolante o forse semplicemente avevo vent’anni ma la mia prima vera formazione politica avviene presso la Scuola Civica di Cinema, un’istituzione storica milanese fondata negli anni cinquanta, dove ho avuto modo di incontrare persone determinanti nel mio cammino come la regista Marina Spada e Marco Philopat. Più in generale il corpo docente era formato da superstiti, sovversivi vari e reduci i quali mi permettevano di conoscere le storie milanesi che non avrei potuto sapere da mio padre immigrato da poco. Mentre la città degli anni settanta e ottanta me la hanno raccontata loro. E per me è stato un po’ aprire gli occhi. E poi la Scighera, il circolo casualmente vicino a casa mia in Bovisa che è stato l’approdo che cercavo, un’osteria ma anche un luogo culturale dove esprimermi. Un amore a prima vista che mi ha trasformato per alcuni anni in oste. Tre anni molto intensi nei quali ho dedicato anima e corpo. Mi diverte ricordare che in quel luogo io abbia intervistato Paolo Finzi e giocato a carte con Aurora Failla, le colonne di A Rivista. Oggi molti si stupiscono della mia capacità a stare sul palco a condurre serate e interviste ma sarebbe troppo lunga spiegargli che gavetta abbiamo fatto assieme alla Scighera. E sempre assieme siamo stati tra i fondatori della Trattoria Popolare dove ci troviamo in questo momento, come vedi le nostre strade continuano ad intrecciarsi.
E’ vero. Benché tu ora abbia una notorietà impressionante, mi sembra che non ti sia fatto snaturare ma, al contrario, la stai usando per raggiungere nuovi obiettivi con al centro la montagna. Hai messo in piedi da zero un festival di grande successo dal nome indicativo: ‘Il richiamo della foresta’ a Brusson dove vivi e nel futuro prossimo ti lancerai in una nuova sfida che ti chiedo di anticipare.
La mia necessità di lasciare la città e andare in montagna è partita da un bisogno privato ma in breve ho scoperto che è una scelta che appartiene a molti della mia generazione. Così ho iniziato a documentarmi facendo un viaggio in Trentino (zona tradizionalmente più innovativa rispetto alle Alpi Occidentali) andando a incontrare i ‘nuovi montanari’. Persone che sono andate a vivere in montagna portandosi però un bagaglio culturale cittadino, che hanno viaggiato e magari studiato all’estero ma anche portatori di una carica utopica e ideologica molto forte. Insomma gente che non è andata in montagna solo per pascolare le capre ma con un’idea più strutturata di ritorno alla montagna. Un’esperienza condivisa da molti. Così e nata l’idea di questo festival che raccogliesse tutte queste esperienze e declinasse questo ritorno in tutte le accezioni possibili. Dal ritorno di chi va a coltivare le patate ma anche il ritorno di uno scrittore. Il ritorno di un pittore o di un musicista che vuole fare un concerto in mezzo a un bosco. Anche perché il dialogo tra le arti e la vita pratica di un contadino a me sembra molto fruttuoso.  Io non uso il termine ‘Natura’ che è una parola dei cittadini. Nessun abitante di montagna usa quella parola. Anche perché natura per un montanaro vuol dire nomi specifici: l’orto sotto casa, l’alpeggio, il torrente, il bosco.  E poi la montagna è fatta da paesaggi selvaggi e da paesaggi densamente antropizzati e per un cittadino è sempre ‘natura’ così come andare al Parco Sempione di Milano. Io preferisco parlare di paesaggio montano, di entrarci e cercare di raccontarlo nei miei libri. Per quanto riguarda il festival sono partito dall’idea che il coltivatore di patate ha bisogno di uno scrittore che canti la sua vita, che la renda poetica che ne faccia letteratura. Queste due realtà non sono così distanti come si potrebbe credere. Anche perché spesso il nuovo montanaro arriva da una grande città e quello che gli manca tremendamente è proprio la musica, la letteratura, la socialità, situazioni che non trova in montagna. L’idea di portare delle cose buone dalla città in montagna e alla base di questo festival.
Per quanto riguarda il futuro, abbiamo fondato l’associazione ‘Gli urogalli’ che aprirà un rifugio nel 2019. Un progetto che vorremmo a metà strada tra un classico rifugio alpino e un centro culturale, diciamo un circolo culturale di montagna. Per intenderci uno sviluppo della Scighera e della Trattoria Popolare a duemila metri. Di certo avremo anche un bancone su cui ti inviterò a posare i gomiti, e una biblioteca dove A sarà in bella mostra.

venerdì 6 ottobre 2017

SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA

Ottobre, mese del viaggio. Quel che mi porto via questa volta è una grande sacca da spedizione, che possa stare in groppa a un mulo e tenga la pioggia d'Himalaya, dentro cui ho messo, oltre alle cose da montagna, due quaderni con la copertina nera che uno scrittore mi ha regalato. Quel che mi aspetta sono settimane di cammino tra i tre e i cinquemila metri, lungo i sentieri e i rari villaggi del Dolpo, girando in tondo come nei pellegrinaggi buddisti, senza mai arrivare in cima. Vado in quel piccolo Tibet in terra nepalese per scrivere, oltre che per camminare. Parto con un amico montanaro, un amico fotografo e un amico pittore, felice che, dopo tanti viaggi solitari, questo sia un viaggio condiviso, curioso di scoprire cosa farà lui a noi, che cosa noi di lui. Lo racconteremo, lo disegneremo, ci troveremo un significato, torneremo un po' cambiati?


Non è un viaggio per dimenticare, questo. Al contrario, è un viaggio per celebrare un anno lunghissimo. Mi porto via i volti di alcune persone, tra le migliaia che ho incontrato: soprattutto facce di montanari, facce della valle di Terragnolo e della valle dell'Orco, facce del grande altipiano di Asiago e di quello piccolo di Estoul, facce di Alpi dimenticate, facce d'Appennino. Mi porto via la grande festa di luglio, l'emozione inalterata di quei giorni nei boschi, il desiderio già vivo di vederne di nuovi. E mi porto via il legno e la pietra di un vecchio rudere, con le tavole del piano di sotto incrostate di letame, quelle di sopra che non reggono più il peso di un uomo, il muro a nord che da un giorno all'altro potrebbe crollare, la porta di larice con la sua chiave segreta. L'anno prossimo sarà un cantiere e tra due anni un rifugio, un luogo d'ospitalità e d'incontro, un laboratorio permanente sulla montagna, una scuola per nuovi montanari. Un nome non l'ha ancora, un indirizzo sì: frazione Fontane numero due, sarà di buon augurio per una seconda vita?


E mi porto via una storia nascente, pagine bianche, Fede e Fortuna nel cuore, la mia vecchia disciplina. Giriamo intorno alle montagne per ringraziarle, e perché continuino a darci la loro protezione.



giovedì 31 agosto 2017

SEDICI ALBERI

(questo pezzo è uscito su Robinson del 27 agosto)

Se è vero che, salendo di quota in montagna, il paesaggio cambia come spostandosi di molti chilometri a nord, allora la latitudine di Oslo deve corrispondere più o meno ai 1500 metri delle Alpi, perché sento aria di casa in questa città. A metà agosto si intuisce l'arrivo dell'autunno: sul porto le nuvole viaggiano basse, veloci, piccoli gusci di madreperla scura. I camerieri dei bar all'aperto offrono coperte leggere alle donne, per avvolgersi le spalle nella brezza della sera. I pescatori sui moli nascondono lattine di birra, gettano la lenza nell'acqua luminosa, osservano i riflessi delle barche tra gli isolotti boscosi del fiordo. Abete rosso e betulla: gli alberi sono la prima cosa che ho controllato al mio arrivo. L'abete rosso da me è il re dell'inverso, il lato all'ombra delle montagne; la betulla è la sentinella dei fiumi e dei torrenti. Casa. Sono altri, e molti, gli alberi che non so riconoscere.
Lars Mytting è un omone con una camicia a scacchi, viene da un paese a un paio d'ore da qui e a Oslo sembra un montanaro sceso in città. Forse il rapporto tra altitudine e latitudine è vero anche per la letteratura, perché ho sempre sentito un legame tra i miei scrittori di montagna e quelli del Grande Nord. Lars è diventato famoso per un libro sulla legna da ardere – il modo di tagliarla, accatastarla, bruciarla, o potrei dire prendersene cura e farne espressione di sé – e ora ha scritto un romanzo sulla memoria del legno, ovvero ciò che un albero ha vissuto e ricorda nelle sue venature. “Un albero cresciuto senza difficoltà”, mi dice al tavolino di un bar, “non ha un disegno interessante, è lineare e simile a molti altri. Gli alberi più belli sono quelli che hanno sofferto e combattuto molto. Hanno disegni drammatici, cicatrici che diventano qualcosa di ammirevole. Il disegno interno al legno è il risultato, la storia di come l'albero è cresciuto, è una memoria di secoli e delle cose che gli sono successe, un mistero da indagare”. Non so se Rigoni Stern sia tradotto in norvegese ma queste parole mi ricordano il suo Arboreto salvatico, il più gran libro sugli alberi che io abbia mai letto, e il modo in cui Mario scriveva di certi cembri e larici contorti, piegati dalla neve e dal vento, amputati dalle valanghe, spaccati dai fulmini, ma non uccisi. È quello che succede anche ai due fratelli del romanzo di Lars, Sedici alberi, che va indietro nel tempo fino all'ultima guerra mondiale: un fratello fu tra i norvegesi che si arruolarono sotto la croce uncinata, a combattere i russi sul Baltico insieme ai tedeschi; l'altro prese la direzione opposta, fuggì alle isole Shetland su una barca di pescatori e in terra britannica fece perdere le tracce di sé. Dopo cinquant'anni il nipote, cresciuto con il primo in una fattoria, scopre l'esistenza del secondo, e comincia a ricostruirne la storia. Lo fa attraverso il legno, perché lo zio scomparso era un grande ebanista: la ricerca parte da un bosco di betulle nei terreni di famiglia e finirà in un lontano bosco di noci, martoriati dalla guerra e diventati preziosissimi.
“Mio nonno era un falegname”, dice Lars. “In casa da piccolo avevo i suoi mobili di betulla fiammata, che è una betulla ferita dall'uomo perché diventi più bella. Lui è morto quando avevo tre anni ma ho cominciato a conoscerlo dopo, grazie ai mobili che aveva costruito. Betulla e abete sono gli alberi della mia vita: per andare a scuola dovevo fare chilometri a piedi su una strada che costeggiava il bosco, d'inverno sempre al buio. Il bosco di abeti era misterioso, mi faceva paura. La paura di un nemico invisibile, o di essere inghiottito”. Fa una pausa. Riflette forse su quel bosco della sua infanzia. Cerca le parole giuste per aggiungere: “Il paesaggio ci modella, ci forma il carattere. Questo mi affascina così come le scelte nei momenti difficili. Se fossimo alberi quelle scelte sarebbero le nostre cicatrici”.
Mi accorgo che, come me, nemmeno Lars usa mai la parola natura. Eppure dovremmo essere esponenti di un nuovo nature writing, quella “scrittura della natura” che ogni tanto riemerge, nella nostra cultura urbana, come un bisogno condiviso di uscire dalle città e recuperare ciò che abbiamo dimenticato là fuori. Ma sappiamo entrambi che la natura esiste solo nella testa dei cittadini. Per chi ci vive in mezzo la natura che cos'è? Un campo coltivato, un bosco di cui l'uomo taglia gli alberi, una costa modellata dal lavoro, una montagna abitata e poi inselvatichita: la cosiddetta natura è un mondo di segni e di nomi, di storie, di relazioni, per questo entrambi preferiamo la parola paesaggio. E “scrittura del paesaggio” è una definizione che potrebbe andarci bene.
Parlami ancora dei tuoi alberi, Lars. Ognuno ha un carattere diverso, non è così? “Sì. La betulla per me è una sposa. È luminosa, gioiosa, speciale per la sua corteccia bianca. Ma vive poco, non più di centocinquant'anni. Quando invecchia sembra stanca, diventa nera e rugosa, un po' triste”. L'abete? “L'abete è il buio del bosco, in un bosco di abeti è impossibile vedere lontano. Mi ricorda le mie paure d'infanzia”. E il noce, in cui è contenuto il segreto del tuo libro? “Il noce ha una vita lunghissima, è un albero che diventa un monumento. So di noci in Europa che hanno visto sei guerre. È un albero testimone dei drammi umani e li tramanda da una generazione all'altra, così i vivi possono risalire nel tempo e conoscere i propri morti”.
Poi ci sono le cose che con il legno si fanno. Nel romanzo una barca, a un certo punto, diventa la bara di chi l'ha costruita. Quando ho letto il libro mi è sembrata una bella idea narrativa, ma l'ho capita davvero soltanto stamattina, visitando il museo delle navi vichinghe. Navi maestose, in quercia, con altissime prore intarsiate, conservate per secoli sotto il suolo argilloso di Oslo perché venivano usate, alla fine di una lunga vita in mare, per seppellire i capi e accompagnarli nell'aldilà. “Due viaggi”, dice Lars sorridendo, “la stessa barca”. Io che del mare non so nulla gli chiedo di parlarmi del suo, questo mare scuro e splendente, punteggiato di isole boscose. Lui lo osserva e nomina di nuovo il legno, usando una parola inglese che in italiano non c'è. Ma la ricordo in un racconto di Hemingway, e per un momento collego questo fiordo norvegese al lago Michigan di Nick Adams, con i carichi di legname trascinati sull'acqua dai rimorchiatori, i tronchi che ogni tanto si staccavano e andavano a incagliarsi sulla spiaggia. La parola è driftwood, legno portato dalla corrente. “Se il legno siamo noi, il mare è il destino che fa a pezzi le barche e poi manda quei pezzi ad arenarsi da qualche parte. Il mare conserva e nasconde i ricordi per tutto il tempo che vuole lui, poi a un certo momento, chissà perché, li lascia affiorare”. Come il ghiacciaio, penso io. Anche il mare fa paura?, gli chiedo, mentre il nostro tempo finisce. “Sì. La foresta, il mare, l'inverno, sono pericolosi, bisogna conoscerli bene, non sono nostri amici. Mi ricordano questo: che la terra sarà sempre più forte dell'uomo. La terra è molto più grande, vive molto più a lungo, può farci sparire da un momento all'altro, vincerà sempre lei”. Mi viene istintivo alzare il calice: io lo spero, Lars. Nel posto in cui abito non sono sicuro che sia così. Spero che il Grande Nord sia per le piccole Alpi fonte d'ispirazione. E che le nostre terre continuino a meravigliarci, parlarci con la lingua del legno, dei torrenti, della neve, darci le parole per raccontarle.


(qui le betulle di Nicola Magrin, sempre nei miei pensieri)

venerdì 28 luglio 2017

GRAZIE

Caro R,
ora che è passato qualche giorno e abbiamo riordinato le idee (i sentimenti resteranno in disordine ancora per un po'), posso raccontarti qualcosa di questo festival che avevamo tanto desiderato e che ci avete aiutato a realizzare.
Sono stati per tutti tre giorni speciali, in particolare per quelli che li hanno vissuti dall'inizio alla fine: le duecento persone, perlopiù ragazzi, che hanno campeggiato nei boschi intorno alla radura, prendendo due o tre temporali notturni e asciugandosi al sole del mattino. Alcuni arrivavano da molto lontano: Napoli, Cagliari, Roma, l'isola d'Elba. Alcuni venivano in montagna per la prima volta in vita loro. Da tanti ci sono arrivati messaggi di gratitudine, tanta gioia di essere qui a godersi la montagna in libertà e in amicizia, e questo era poi, aldilà degli ospiti, i libri, i concerti, i discorsi, il vero obiettivo del festival.
A loro si sono aggiunte molte altre persone che andavano e venivano dalla Val d'Aosta o dalle città vicine come Ivrea, Torino, Novara, Milano: ne abbiamo contate circa un migliaio al giorno. Forse è il numero limite, o ci siamo andati vicini, perché strade e parcheggi di Estoul non avrebbero retto molto di più, ma il traffico al festival non si sentiva né si sentivano le suonerie: miracolo al tempo dei telefoni e della loro solitudine, abbiamo trovato una radura dove non arrivava il segnale, e anche questo meraviglioso silenzio dalle persone è stato molto apprezzato.
Ci sono stati tre concerti, quattro incontri con gli autori, tre performance artistiche dal vivo, una mostra fotografica nel bosco, giochi per i bambini, escursioni. Come forse avrai saputo, Mauro Corona ha rinunciato negli ultimi giorni. So che ha annullato altri suoi impegni in questo periodo e ci siamo scambiati qualche messaggio, mi spiace molto che non stia bene: lui è stato il primo a credere nel nostro festival, a presentarci a voi, a donare di persona un generoso contributo, e gli sarò sempre grato per questo. Mi pare che siamo riusciti con una bella festa anche ad alleviare la delusione di chi era venuto apposta per lui.
Abbiamo fatto tante foto che puoi vedere qui, se ti va. A settembre ci sarà anche un documentario. Ma le immagini non bastano davvero a rendere le emozioni, la commozione che personalmente ho percepito, frutto di uno spirito di semplicità, amicizia, amore per la bellezza, desiderio delle relazioni autentiche che in montagna riescono a nascere ed esistere, e che per tre giorni abbiamo avuto la fortuna di sperimentare. Ho guardato andare via tutti con grande nostalgia. Avevamo previsto giorni di pulizie alla fine, ma il lunedì nel bosco e nella radura non c'era nemmeno un rifiuto. Del passaggio di tremila persone restavano solo segni leggeri che la montagna cancellerà presto, e questa è stata l'ultima sorpresa, l'ultimo regalo che abbiamo ricevuto da chi ha fatto tutta la strada per arrivare ai 1800 metri di Estoul. Tra loro sento di aver trovato dei nuovi amici.
Tutti hanno cominciato subito a chiederci dell'anno prossimo, noi adesso ci riposiamo un po'. Dall'autunno ci rimetteremo al lavoro. Tanto ormai l'hai capito, chiusi in casa non ci sappiamo stare: come dice il mio amico Danny Boy, “ogni nave in porto è sicura, ma questo non è lo scopo per cui è stata costruita”.
Un grande grazie e un abbraccio selvatico da tutti noi.
Paolo & gli Urogalli



lunedì 17 luglio 2017

I DISTRUTTORI

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 16 luglio)

C'è un ultimo vallone selvaggio ai piedi del Monte Rosa, esiste da sempre e tra poco non esisterà più. Ora che sono lontano, su un treno che attraversa una pianura che non so guardare, posso chiudere gli occhi e ritrovarmi nel paese di Saint-Jacques, in fondo alla Val d'Ayas, dove l'Evançon è ancora torrentizio, tumultuoso, l'acqua grigia e verde di ghiacciaio. Lassù un ponte di tavole attraversa il fiume e una mulattiera sale nel bosco tra le radici dei larici. Supera un albergo d'inizio Novecento, lusso di poeti e regine, chiuso per sempre col suo secolo glorioso; una colonia dai muri in sasso grigio, dove nessun ragazzo da tempo è stato più visto giocare; una stalla in cui i pastori dell'est accudiscono le bestie d'altri. Ma le cose degli uomini non mi commuovono quanto quelle della montagna, né s'imprimono con tanta forza nella memoria: poco più su il bosco finisce e il sentiero sbuca in una conca che è un piccolo gioiello segreto. Vedo i pascoli del Pian di Tzére (il modo in cui un torrente rallenta e s'incurva in un prato, le sue anse sabbiose, la parola ruscello a cui si concede, prima che un salto di roccia lo renda di nuovo torrente, acqua bianca di schiuma che precipita giù), la pietraia di grandi lastre piatte che una volta ho risalito col mio amico montanaro, ognuno per la sua la strada fino alla cascata (qualcosa ci aveva divisi e quel giorno non parlavamo, camminavamo lontani, forse entrambi speravamo che la montagna risolvesse le cose al posto nostro), il ghiacciaio che in alto sporge dagli strapiombi, bianco lucente sulla roccia nera e marcia, con i blocchi che nel pomeriggio si staccano e si schiantano di sotto (il ritardo del rumore per la distanza: vedere prima il bagliore del ghiaccio che cade, come un lampo, e poi sentire il brontolio del tuono). Ricordi che d'inverno tornano nei miei sogni di città: le torbiere intrise d'acqua di fusione e il sentiero che s'impantana, la montagna che verso i tremila metri è tutta gobbe morbide, morene, avvallamenti. Ho sognato le distese di erioforo in agosto, i fiocchi bianchi che ondeggiano sull'acquitrino come campi di cotone selvatico, e poi il gran lago cupo, nero di nuvole e verde di silice, il verso stridulo dei gracchi nel vento. In riva al lago ho scritto una scena sul mio quaderno, quella in cui Bruno grida alla montagna che lui se ne andrà di lì: l'ho fatto anch'io per sentire come suonava, ho ricevuto l'eco del mio grido e ho visto i camosci fuggire spaventati oltre il colle delle Cime Bianche.
Ora tutto questo non esisterà più perché il vallone, che prende nome proprio da quel colle, sarà sacrificato come tutto il Monte Rosa allo sci di discesa. In effetti è un miracolo che esista ancora perché appena al di là, oltre la cresta da cui ho visto i camosci scappare, c'è Cervinia con i suoi impianti e i suoi alberghi, e di qua comincia un comprensorio che unisce Ayas, Gressoney e Alagna: valli che furono un crocevia di lingue e popoli, dove oltre al piemontese e al patois valdostano si parla il tisch dei walser che nel '300 emigrarono a sud del Monte Rosa in cerca di terre coltivabili. Valli di pastori e contadini che cominciarono ad arricchirsi quando, nel Novecento, la villeggiatura in montagna divenne cosa da signori, e lo sci una moda sempre più popolare. Ora per quei villaggi a duemila metri, accanto alle case di legno e e pietra dei walser, passano le piste di due grandi aziende della neve, un'industria turistica da milioni di clienti all'anno, separate solo da questo angolo selvaggio di mondo. Grazie a quella funivia si fonderanno e forse clientela e fatturato cresceranno ancora. Ci credono i politici e gli amministratori locali, ci puntano gli imprenditori, ci sperano i miei amici montanari che hanno un bar o qualche stanza da affittare, o fanno i maestri di sci, o lavorano come operai agli impianti. Questa per me è la parte più dolorosa della storia, perché non c'è un grande nemico, non uno stato o una multinazionale contro cui battermi, ma i miei amici e vicini di casa, il loro lavoro, la loro idea di futuro.
Poi ci sono gli sciatori, che qui da noi sono numeri e nient'altro: ogni giornata di ognuno di loro vale una certa somma, perciò basta contarli quando imboccano la valle e fare il calcolo, e così si sa quanti soldi portano alla montagna. Ma lo sanno gli sciatori come si fa una pista da sci? Io credo di no, perché altrimenti molti di loro non sosterrebbero di amare la montagna mentre la violentano. Una pista si fa così: si prende un versante della montagna che viene disboscato se è un bosco, spietrato se è una pietraia, prosciugato se è un acquitrino; i torrenti vengono deviati o incanalati, le rocce fatte saltare, i buchi riempiti di terra; e si va avanti a scavare, estirpare e spianare finché quel versante della montagna assomiglia soltanto a uno scivolo dritto e senza ostacoli. Poi lo scivolo va innevato, perché è ormai impossibile affrontare l'inverno senza neve artificiale: a monte della pista viene scavato un enorme bacino, riempito con l'acqua dei torrenti d'alta quota e con quella dei fiumi pompata dal fondovalle, e lungo l'intero pendio vengono posate condutture elettriche e idrauliche, per alimentare i cannoni piantati a bordo pista ogni cento metri. Intanto decine di blocchi di cemento vengono interrati; nei blocchi conficcati piloni e tra un pilone e l'altro tirati cavi d'acciaio; all'inizio e alla fine del cavo costruite stazioni di partenza e d'arrivo dotate di motori: questa è la funivia. Mancano solo i bar e i ristoranti lungo il percorso, e una strada per servire tutto quanto. I camion e le ruspe e i fuoristrada. Infine una mattina arrivano gli sciatori, gli amanti della montagna. Davvero non lo sanno? Non vedono che non c'è più un animale né un fiore, non un torrente né un lago né un bosco, e non resta nulla del paesaggio di montagna dove passano loro? Chi non mi crede o pensa che io stia esagerando faccia un giro intorno al Monte Rosa in estate: sciolta la neve artificiale le piste sembrano autostrade dai perenni cantieri, circondate da rottami, edifici obsoleti, ruderi industriali, devastazioni di cui noi stessi malediciamo i padri.
Ora, lo scambio per i montanari è chiaro. I soldi dello sci e del cemento, o l'integrità dal valore incerto del paesaggio di montagna? È almeno dagli anni Venti del Novecento che sulle Alpi abbiamo scelto: da un secolo preferiamo i soldi, seguendo un modello economico che bada al presente e trascura il futuro, perché ormai sappiamo tutti – questa è la differenza tra noi e i pionieri, loro potevano essere in buona fede e noi no – che tra altri cent'anni la vera ricchezza non saranno le piste che abbiamo costruito, ma la montagna che abbiamo lasciata intatta. Ne ho la prova ogni volta che accompagno nei luoghi del mio romanzo i giornalisti stranieri, esterrefatti che nel cuore dell'Europa possa esistere un mondo selvaggio di tale bellezza, e sono certo che verrebbero in tanti ad ammirarlo, se fosse un parco. Lo dico con affetto ai miei amici montanari: fermatevi, pensate ai figli. L'integrità di quel vallone per loro varrà mille volte di più di qualsiasi pista costruirete, quella è la vera eredità che gli spetta, il patrimonio che gli state portando via: vorranno sapere che cos'era un torrente, un lago, una distesa di erioforo, che rumore faceva un blocco di ghiaccio quando cadeva dallo strapiombo per schiantarsi sulle rocce. Da quei figli non sarete ricordati come portatori di prosperità e progresso, sarete ricordati come i distruttori. Chiedetevi se è questa la memoria di voi che volete lasciare.